«La fede nel Dio di Gesù Cristo e la pandemia», la riflessione di Bruno Forte riletta un anno dopo!

In occasione della Giornata in memoria delle vittime del Covid, che si celebrerà ogni anno il 18 marzo (la data in cui camion militari prelevarono le bare dei deceduti per Covid-19 dal cimitero di Bergamo, che ormai rischiava il collasso, per trasportarle verso i forni crematori delle regioni circostanti ed il giorno in cui si registrò il maggior numero di morti su scala nazionale) pubblichiamo la riflessione dell'Arcivescovo metropolita di Chieti-Vasto, Mons. Bruno Forte, insigne teologo e docente italiano, sul rapporto tra la Fede in Dio e la pandemia che da più di un anno affligge l'intero pianeta. Buona lettura!

La fede nel Dio di Gesù Cristo e la pandemia


1.La sfida

Il mondo prima del Coronavirus era stato sempre più caratterizzato dall’esperienza della “globalizzazione”, attuatasi in tempi relativamente recenti e rapidi a vantaggio delle grandi agenzie di potere economico e politico, per lo più sulla base dello sfruttamento dei popoli ritenuti “dipendenti” e a scapito delle aree considerate come “scarto”. Il processo si era andato sviluppando nel senso di una “globalizzazione dell’indifferenza”, fondata sull’egoismo e l’avidità dei poteri forti e sul mantenimento dei sistemi di dipendenza a loro favorevoli. C’era perfino chi aveva considerato lo straordinario sviluppo dei Paesi avanzati come il segno di un compimento della storia, finalmente raggiunto: così, Francis Fukuyama - politologo americano di origine giapponese - era giunto ad affermare che, «se oggi noi siamo arrivati ad un punto in cui non possiamo immaginare un mondo sostanzialmente diverso dal nostro, in cui non si vede in che modo il futuro potrebbe costituire un miglioramento essenziale rispetto al nostro ordinamento attuale, allora dobbiamo anche prendere in considerazione la possibilità che la stessa storia sia giunta alla fine»1.

Secondo questa lettura, la fine della storia non è quella degli avvenimenti, tantomeno di quelli più grandi e più gravi, ma della storia intesa come processo evolutivo unico e coerente, che abbraccia le esperienze di tutti i popoli in tutti i tempi: al culmine di questo processo c’è - a giudizio di Fukuyama - la “democrazia liberale” sul modello americano, che costituirebbe il punto d’arrivo dell’evoluzione ideologica dell’umanità e la definitiva forma di governo fra gli uomini, presentandosi così come “la fine della storia”. Da questa visione - volgarizzata attraverso le vie dell’informazione globale - deriva facilmente la pretesa di dover difendere il risultato raggiunto a prezzo della totale incuranza dei bisogni e dei diritti altrui: il “prima noi”, teorizzato ad esempio dallo slogan “America first” di Donald Trump e ispiratore di processi di lacerazione e di chiusura agli altri, come la “Brexit”, esprime una gerarchia di valori, dove il principio della fondamentale uguaglianza fra gli esseri umani e del diritto di tutti all’accesso ai beni fondamentali della natura è di fatto accantonato, mentre la responsabilità nei confronti della tutela dell’ambiente viene subordinata al conseguimento degli interessi del più forte.

Se il fenomeno “Greta Thunberg” ha lanciato su questo punto un formidabile grido d’allarme, raccolto soprattutto dalle giovani generazioni, la logica dominante nella scena politica ed economica mondiale non sembra esserne stata scalfita. A livello diffuso questo predominio di una visione egoistica e arrogante si è andato traducendo in un consumismo sempre più spinto, specie nelle società cosiddette avanzate, esprimendosi in stili di vita edonistici in cui l’idea di accettare sacrifici in nome di una più equa distribuzione di possibilità e beni fra tutti è considerata anacronistica ed ininfluente. L’orgoglio di essere i padroni del mondo, al punto da potersi disinteressare delle sorti della gran parte dell’umanità, sembra divenuto la chiave vincente del progresso, la forza portante della “affluent society” (John Kenneth Galbraith) americana e occidentale, la benda davanti agli occhi per nascondere ai più fortunati il dolore e la miseria di innumerevoli altri. C’è stato però anche chi con lungimiranza prevedeva che un simile modo di vivere e di agire non potesse durare a lungo e perfino chi aveva profetizzato che non una guerra atomica o un improvviso crollo finanziario mondiale, ma un piccolissimo virus avrebbe potuto segnare la fine del mondo, o almeno di quel mondo costruito sulla forza e gli interessi del più grande…

2.La domanda

La minaccia ipotizzata è divenuta improvvisamente realtà: se agli inizi della tragedia di Wuhan, la città cinese dove il CoViD-19 ha prodotto i suoi primi drammatici effetti, in Occidente si guardava con una certa noncuranza al “male cinese”, pensando di difendersi da esso col semplice taglio dei ponti col colosso asiatico, sono bastate poche settimane per rendersi conto che il nemico insidioso era già fra noi. Gli atteggiamenti minimizzanti di alcuni potenti della Terra sono stati presto spiazzati: la pandemia avanzava oramai dovunque e la presunzione di immunità non reggeva di fronte all’evidenza tragica del numero dei malati e ancor più di quello dei morti a causa del Coronavirus. A essere colpiti in numero impressionante sono stati anzitutto gli anziani: la loro fragilità li rendeva naturalmente più esposti all’attacco del virus, ma l’insieme di gravi omissioni a loro tutela e di ritardi ingiustificati ha prodotto in diversi Paesi condizioni letali per molti di loro. La pandemia non ha tardato a mostrarsi, poi, come una minaccia per tutte le età: e se le morti dei giovani hanno suscitato maggiore impressione, il venir meno di forze portanti della realtà economica e sociale ha inferto colpi gravissimi alla vita di non pochi Paesi. La prima domanda che si è andata affacciando nei cuori e nelle menti di molti è stata, allora, la domanda universale suscitata dal dolore e dalla morte, quando vengono ad affacciarsi alle nostre case e direttamente ai nostri affetti e alle nostre persone: perché? Perché tutto questo male? Perché tutto questo dolore?

Per molti è stato rapido il passo da questi interrogativi alla domanda radicale, quella che riguarda il supremo responsabile di tutto: se Dio c’è ed è giusto, perché questo virus micidiale? Se è buono, come mai permette che tanto male si accanisca su di noi, in particolare sui più deboli e indifesi? Se è Padre, perché non ci tratta da figli? Si tratta di una domanda antica, che ritorna con drammatica attualità, sia per l’insorgere improvviso della pandemia, sia per lo spettacolo nuovo e inaspettato a cui assistiamo, tanto tragico, quanto vicino a noi, alle nostre vite, ai nostri affetti, al nostro lavoro, alle nostre case. Se fu il terremoto di Lisbona del 1755 a spingere Voltaire nel Candido e nel Poema sul disastro di Lisbona a screditare il giudizio sul nostro mondo come il “migliore dei mondi possibili”, proposto da Gottfried Wilhelm Leibniz, lo stesso terribile evento gli parve minare alla radice la “teodicea” da questi teorizzata: di fronte alle innumerevoli vittime innocenti nessuna «giustificazione di Dio» può sostenersi, e soprattutto nessuna «dottrina del diritto e della giustizia di Dio» può restare inalterata.

La differenza con la terribile pandemia odierna sta nel fatto che il terremoto del 1755 fu circoscritto nel tempo e nelle vittime, mentre non solo ciò che sappiamo riguardo a questo virus è ancora talmente poco che nessuna previsione realistica può farsi circa la durata e la portata della sua azione devastatrice, ma non disponiamo neppure riguardo ad esso di alcuna prevenzione sicura in forma di vaccino o di contrasto efficace in forma di medicina. Il mito dell’“homo emancipator”, signore del suo destino e padrone delle sue forze, vittoriose su tutto, è qui messo in discussione dalle fondamenta. E se questo non deve giustificare alcun pessimismo sulle capacità della scienza, non deve nemmeno motivare una fede in essa che trascenda i suoi inevitabili limiti. Occorrerà certo investire al massimo in energie umane e potenzialità economiche per uscire dalla prigione della pandemia, ma occorrerà restare umili e vigilanti ben più di quanto si sia fatto in passato per non rischiare di dover affrontare nuove e forse ancor più pericolose minacce, legate alla natura e alle sue possibili reazioni di fronte alle prepotenze del protagonista umano della storia.

A Bergamo i camion dell'esercitano trasportano le bare con le centinaia di morti per Covid-19
(Foto Corriere Bergamo)

3.Il Dio sofferente

E il volto di Dio? Come si presenta di fronte a tanto dolore il Dio che Gesù Cristo ha rivelato come amore personale, eterno dialogo dei Tre, che sono Uno nell’amore? Una prima risposta a questo interrogativo è certamente che il Dio annunciato dal Figlio venuto fra noi non è lo spettatore impassibile di fronte al dolore del mondo, né tanto meno l’arbitro dispotico del dolore e della gioia delle Sue creature. Piuttosto, è il Dio con noi, che soffre per il nostro dolore perché ci ama, che lo permette perché ci lascia liberi, che proprio nel Figlio crocifisso ci aiuta a portare la Croce come Lui l’ha portata. La Croce di Cristo è il luogo in cui Dio parla nel silenzio: il mistero nascosto nelle tenebre del Venerdì Santo è il mistero del dolore di Dio e del suo amore per gli uomini. Nella morte di Croce il Figlio è entrato nella finitudine dell’uomo, nell’abisso della sua povertà, del suo dolore, della sua solitudine, della sua oscurità. E lì, bevendo l’amaro calice, ha fatto fino in fondo l’esperienza della nostra condizione umana: sulla via del dolore è diventato uomo fino alla possibilità estrema.

Proprio così anche il Padre ha conosciuto il dolore: nell’ora della Croce, mentre il Figlio si offriva in incondizionata obbedienza a Lui nella solidarietà con i peccatori, anche il Padre ha sofferto per l’Innocente consegnato alla morte, scegliendo tuttavia di offrirlo perché nell’umiltà e nell’ignominia della Croce si rivelasse agli uomini l’amore trinitario per loro e la possibilità di divenirne partecipi. «Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna» (Gv 3, 16). «In questo si è manifestato l’amore di Dio in noi: Dio ha mandato nel mondo il suo Figlio unigenito, perché noi avessimo la vita per mezzo di lui. In questo sta l’amore: non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi e ha mandato il suo Figlio come vittima di espiazione per i nostri peccati» (1 Gv 4, 9-10). Lo Spirito, poi, consegnato da Gesù morente al Padre (Gv 19, 30), è stato il legame divino nella lacerazione dolorosa, che si è consumata fra il Signore del cielo e della terra e Colui che si è fatto peccato per noi, in modo che un varco si aprisse sulla morte e ai figli si schiudesse la via del Figlio verso la pienezza della vita. Così, «lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza» (Rm 8, 26).

Questa morte in Dio non significa, allora, in alcun modo la morte di Dio che l’“uomo folle” di Nietzsche andava gridando sulle piazze del mondo: non esiste né mai esisterà un tempio dove si possa cantare nella verità il “Requiem aeternam Deo”! L’amore che lega l’Abbandonante all’Abbandonato, e in questi al mondo, vincerà la morte, nonostante l’apparente trionfo di questa. Il calice della passione di Dio si è colmato di una bevanda di vita, che sgorga e zampilla in eterno (cf. Gv 7,37 39). Il frutto dell’albero della Croce è la gioiosa notizia di Pasqua: il Consolatore del Crocifisso viene effuso su ogni carne per essere il Consolatore di tutti i crocefissi e per rivelare nell’umiltà e nell’ignominia della Croce, di tutte le croci della storia, la presenza corroborante e trasformante del Dio cristiano. In questo senso, la sofferenza divina rivelata sulla Croce è veramente la buona novella: «Se gli uomini sapessero... - scrive Jacques Maritain - che Dio “soffre” con noi e molto più di noi di tutto il male che devasta la terra, molte cose cambierebbero senza dubbio, e molte anime sarebbero liberate»2. Così, la “parola della Croce” (1 Cor 1,18) chiama in maniera sorprendente il discepolo alla sequela: sulla via della Croce - nella povertà, nella debolezza, nel dolore e perfino nell’abbandono della morte - possiamo incontrare il Dio della vita. Nel dolore il Signore crocifisso è dalla nostra parte, con noi e per noi. Con Lui diventa possibile fare della nostra sofferenza un cammino di fede e un’aurora di vita, sempre più vissuta e donata per gli altri.

Tintoretto, Crocifissione, 1565, Scuola Grande di San Rocco - Venezia. (rielaborazione)


4.Il “tocco” di Dio

Anche nel tempo del Coronavirus può avvenire, allora, quello che avvenne un giorno sulle strade della Galilea: «Dovunque (Gesù) giungeva, in villaggi o città o campagne, ponevano gli infermi nelle piazze e lo pregavano di potergli toccare almeno la frangia del mantello; e quanti lo toccavano guarivano» (Mc 6,56). Il tocco di Gesù guarisce perché è il tocco di Dio, quel Dio che si è fatto uomo per amore nostro, per “toccare” e condividere in tutto la nostra condizione umana e trasmetterci il dono della salvezza che viene da Lui. Il luogo dove questo tocco divino raggiunge il suo vertice è la Croce: su di essa Gesù fa proprio il dolore di tutti, si fa carico dei nostri peccati e dei nostri mali e ci offre la pienezza della vita, nel tempo e per l’eternità. Sulla Croce il Figlio eterno è entrato anche nell’abisso di debolezza, di fragilità, di dolore, di solitudine, di oscurità, che tanti hanno sperimentato e stanno sperimentando a causa del Coronavirus. Sulla Croce Gesù ci ha rivelato l’amore di Dio per ogni essere umano e la possibilità di divenirne partecipi, tutti, senza eccezioni. E lo Spirito, consegnato da Gesù morente al Padre, è stato effuso per essere il divino Consolatore, che ci aiuta a vincere il male, a trasformare il dolore in amore, la sofferenza in offerta, la malattia in guarigione, la fragilità in forza, anche di fronte al flagello di questo virus devastante.

Raggiunti dal tocco di Dio nella croce e risurrezione di Gesù, fonte di vita vittoriosa e sicura, potremo percorrere l’oscuro cammino della prova e farne scuola di fede e di carità, sorgente di amore che libera e salva: «Chi non prende la sua croce e non mi segue, non è degno di me» (Mt 10,38 e Lc 14,27). Chi ama Gesù Crocifisso e lo segue, non potrà non sentirsi chiamato a lenire le croci di coloro che soffrono, nell’attiva dedizione agli altri, nell’impegno operoso e vigile per fare di ogni Calvario un luogo di resurrezione e di vita piena. È quanto stanno facendo tanti, medici, infermieri, operatori della sanità, sacerdoti, lavoratori impegnati per il bene comune e i servizi essenziali nel tempo di questa pandemia. In coloro che si sforzano di vivere e agire così, la Croce di Cristo non è stata resa vana (cf. 1Cor 1,17). Attraverso di essi ci raggiunge il tocco della grazia divina, che perdona, sana, conforta e rinnova, e si manifesta la vittoria del Signore, risorto alla vita. Anche così Dio ci sta parlando in questa drammatica pandemia. Una poesia di Emily Dickinson - voce solitaria dell’800 americano - dice: “Chi non ha trovato il cielo quaggiù / lo perderà lassù. / Perché gli Angeli affittano la casa accanto, / dovunque traslochiamo”3. Occorre, allora, invocare gli occhi della fede per riconoscere “i santi della porta accanto”, come li chiama papa Francesco, e prendere esempio da loro.

Il tocco di Dio si è mostrato anche sotto un altro aspetto nel dramma della pandemia: tanti hanno sperimentato e spesso scoperto o riscoperto l’enorme sostegno che in questo tempo doloroso ha dato loro la fede. Essa ci dà occhi e cuore per capire come Dio non sia il concorrente dell’uomo, ma il suo alleato più vero e fedele. Chi crede in Gesù Cristo sa che sulla Croce il Figlio eterno si è caricato della nostra morte e dei nostri peccati per aiutarci a portare la nostra Croce. Il Dio che è Amore non abbandonerà mai chi a Lui si affida. Grazie alla fede in Lui, la paura può essere vinta dalla speranza, la chiusura egoistica da un nuovo slancio di altruismo, la solitudine da una attiva solidarietà verso i più bisognosi. In questo tempo di forzata clausura per tanti, in cui più spazio ha potuto esser dato tanto alla riflessione su quanto supera gli stretti orizzonti del quotidiano, quanto alla preghiera, vissuta o riscoperta come sorgente di luce e di pace, è stato un guadagno per molti riflettere su quanto siamo andati vivendo e sulla necessità di fare scelte, che siano ispirate dalla volontà lucida e coraggiosa di abbandonare le logiche del consumismo e dell’edonismo, dominanti fino a poco fa. Impegnarsi al servizio del bene comune, affidandosi con fiducia al Dio che è amore, libera dal timore, perché fa sperimentare la verità espressa dalla frase della prima lettera di Giovanni: “L’amore scaccia la paura” (1 Gv 4, 18).

Giovanni Antonio PellegriniGesù guarisce i malati, 1730, Budapest

5. Per un nuovo inizio

Se la pandemia prodotta dal CoVid-19 ha avuto effetti devastanti - e molte volte purtroppo mortali - sulla vita di tanti, uomini e donne nostri compagni di strada, essa ha prodotto esiti non meno negativi anche nelle menti e nei cuori: di fronte al flagello che ha colpito l’umanità, si sono andati diffondendo un senso di timore panico, una paura generalizzata e indistinta, capace di spingere a identificazioni semplicistiche del nemico da temere e di generare sentimenti di rigetto degli altri. Frutto di questa paura è stata per molti l’esperienza di una solitudine profonda, nella quale si tendeva a chiudersi in difesa, quasi che l’altro fosse solo un pericolo da fuggire o un nemico da cui proteggersi. Al tempo stesso in tanti questo vissuto terribile, sperimentato nella propria carne o in quella di persone amate, non tutte vittoriose sul male, ha aperto nuovi orizzonti alla mente e al cuore. Che verrà da tutto questo per il futuro delle coscienze e dell’umanità intera? Fare previsioni dopo una prova così vasta e profonda è certo azzardato: un dato certo, però, è che dopo la clausura forzata nelle case e le immagini delle innumerevoli bare con salme portate verso cimiteri, dove potessero essere cremate o trovare sepoltura, una traccia profonda non potrà non restare in tutti. Soprattutto, emergono alcuni stimoli da raccogliere per il domani, parole di vita e di speranza dette più con l’eloquenza dei gesti che delle parole.

Un primo messaggio viene proprio da coloro che si sono prodigati in tanti modi, con coraggio e generosità, per curare i malati, assistere anche spiritualmente le comunità, proteggere i sani, garantire i servizi essenziali alla vita civile. L’auspicio è che il loro esempio possa stimolare tutti a impegnarsi più e meglio per amore del prossimo. Occorre riscoprire il valore del bene comune, una riscoperta di cui peraltro molti sono stati i segni, a cominciare dalla risposta largamente maggioritaria data dalla gente comune alle restrizioni imposte: riprova che tanti sono all’altezza della nostra storia, segnata dalla fede cristiana, nonostante l’arroganza e la litigiosità di alcuni protagonisti della scena politica. Si è trattato di un esercizio di responsabilità da parte di tutti: e se responsabilità è farsi carico di un peso (“pondus”, da cui il verbo latino “respondere”), ciascuno è stato chiamato non solo a portare il proprio peso al fine di premunirsi dal possibile contagio, ma anche a farsi carico del peso di ogni altro e di tutti gli altri, nell’impegno a evitare che il virus circolasse, data la possibilità che potesse essere trasmesso da portatori sani, inconsapevoli di esserlo.

L’occasione, poi, della forzata clausura ha portato non pochi a valorizzare le relazioni dirette, a cominciare da quelle familiari, non di rado trascurate o sottovalutate sotto l’assillo della produttività e dell’attivismo esasperato del consumismo e dell’arrivismo, propagatisi nelle società del benessere e della presunzione di superiorità sugli altri come stili di vita, prima che la diffusione del virus micidiale desse a tutti nuova consapevolezza dei propri limiti e della propria grande fragilità. Queste esperienze potranno spingere molti a riscoprire l’importanza dei piccoli gesti di attenzione e di carità verso gli altri, a cominciare dal prossimo immediato, come pure il valore del tempo dedicato a pregare di più, a riflettere di più, ad ascoltare di più gli altri e a donarsi maggiormente a loro. Ritrovare la capacità dell’ascolto, riscoprire la forza e la bellezza del dialogo, vivere gesti anche piccoli di condivisione, soprattutto con i più deboli e svantaggiati, “perdere tempo” per amore d’altri, sono altrettanti stimoli che potranno venire alle coscienze da quanto abbiamo vissuto e presumibilmente dovremo vivere ancora per una fase dalla durata ancora imprecisata.

Non va poi ignorato che a essere chiamata a una profonda revisione di vita è stata anche l’Unione Europea: il sogno dei suoi Padri Fondatori era centrato sul valore infinito di ogni persona umana, e dunque sui principi della responsabilità e della solidarietà. La sfida che si è imposta durante la pandemia è stata quella di mettere in atto questi motivi ispiratori, al servizio della tutela della vita e della salute di tutti, a cominciare dai più deboli. La domanda che è nata è se a livello europeo ci siano abbastanza protagonisti, disposti a mettersi in gioco fino in fondo per raccogliere una tale sfida. Intanto, non può essere ignorata la delusione avvertita da molti davanti a un’Europa ben lontana dall’ambizioso progetto di costituire la “casa comune” di tutti gli Europei: senza cedere a valutazioni pessimistiche affrettate, non è difficile osservare che la frammentazione e l’isolamento egoistico restano tratti di molte delle società avanzate del Vecchio Continente. Gli interessi localistici emergono, imponendosi su ogni logica di solidarietà. Mancano un’anima comune, un’identità condivisa, uno slancio di generosità generalizzato, che permettano di alimentare sogni e progetti di vasto respiro per il bene comune: unita almeno nominalmente sul fronte economico, l’Europa non lo è nella conduzione di un programma politico unitario di vasto respiro, e diventa così incapace di dare le risposte giuste al momento giusto, rischiando di perdere il treno della storia.

Quanto sarebbe necessario, allora, che anche in seguito a questa drammatica prova emergesse una “governance” europea veramente autorevole, riconosciuta da tutti, capace di opporsi all’avidità di alcuni poteri nazionali, interessati ad avere dalla “casa comune” il massimo dei vantaggi al minimo dei costi, sul modello di quanto seppero fare i padri fondatori dell’Europa unita della statura di un De Gasperi, di un Adenauer o di uno Schuman! Guardando al loro esempio dobbiamo chiederci: come vincere gli egoismi e la paura tanto dei singoli, quanto di intere comunità regionali e nazionali, in vista di un bene comune più grande, realizzato a favore di tutti e in primo luogo dei più deboli e svantaggiati? La risposta non potrà prodursi senza un coinvolgimento ampio delle coscienze: occorre educarsi ed educare a riconoscere, alimentare e realizzare il sogno di un’umanità solidale, che si metta al servizio della tutela della qualità della vita e della salute di tutti, a cominciare dai più deboli. La sfida ci riguarda tutti, in prima persona: ed è qui che la fede nel Dio, che in Gesù Cristo si è rivelato come amore, si offre più che mai preziosa.

Lo ha ricordato alla Chiesa e al mondo Papa Francesco il 27 marzo 2020, dinanzi a una Piazza San Pietro completamente vuota, nell’omelia nel bellissimo momento di preghiera in tempo di epidemia, seguito per via mediatica da milioni di persone: «Da settimane sembra che sia scesa la sera. Fitte tenebre si sono addensate sulle nostre piazze, strade e città; si sono impadronite delle nostre vite riempiendo tutto di un silenzio assordante e di un vuoto desolante, che paralizza ogni cosa al suo passaggio... Ci siamo trovati impauriti e smarriti. Come i discepoli del Vangelo siamo stati presi alla sprovvista da una tempesta inaspettata e furiosa... che smaschera la nostra vulnerabilità e lascia scoperte quelle false e superflue sicurezze con cui abbiamo costruito le nostre agende, i nostri progetti, le nostre abitudini e priorità… È il tempo di reimpostare la rotta della vita verso di Te, Signore, e verso gli altri. E possiamo guardare a tanti compagni di viaggio esemplari, che, nella paura, hanno reagito donando la propria vita… Non spegniamo la fiammella smorta (cf. Is 42,3), che mai si ammala, e lasciamo che riaccenda la speranza… La nostra fede è debole e siamo timorosi. Però Tu, Signore, non lasciarci in balia della tempesta. Ripeti ancora: “Non abbiate paura” (Mt 28,5). E che noi, insieme a Pietro, possiamo gettare in Te ogni preoccupazione, perché Tu hai cura di noi (cf. 1 Pt 5,7)».

Al termine di questa riflessione, intesa a offrire un primo stimolo a leggere con gli occhi della fede l’esperienza drammatica della pandemia, che l’umanità sta vivendo, vorrei pregare con le parole con cui sin dal primo inizio di questa prova ho invitato i credenti a rivolgersi al Signore per invocare la liberazione da essa: 

Signore Gesù, Salvatore del mondo, speranza che non ci deluderà
mai, abbi pietà di noi e liberaci da ogni male! Ti preghiamo di vincere
il flagello di questo virus, di guarire gli infermi, di preservare i sani, di
sostenere chi opera per la salute di tutti, di accogliere nella Tua pace chi
ha lasciato questa vita. Mostraci il Tuo Volto di misericordia e salvaci nel
Tuo grande amore. Te lo chiediamo per intercessione di Maria, Madre
Tua e nostra, che con fedeltà ci accompagna. Tu che vivi e regni nei secoli
dei secoli. Amen!

+ Bruno Forte, 
arcivescovo di Chieti-Vasto

Note

1. La fine della storia e l’ultimo uomo, Rizzoli, Milano 1996, 72 («If we are now at a point where we cannot imagine a world substantially different from our own, in which there is no apparent or obvious way in which the future will represent a fundamental improvement over our current order, then we must also take into consideration the possibility that History itself might be at an end»: The End of History and the Last Man, The Free Press, New York 1992, 51).

2. Quelques réflexions sur le savoir théologique, in Revue Thomiste 69 (1969) 25.

3. «Who has not found the Heaven - below - / Will fail of it above - / For Angels rent the House next ours, / Wherever we remove»: The Complete Poems, Little, Brown and Company, Boston 1960, n. 1544.


*pubblicato in Comunione e speranza. Testimoniare la fede al tempo del coronavirus, Prefazione di Papa Francesco, a cura di W. Kasper e G. Augustin, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 2020, 141-160.

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